S. Paolo è maestro e modello di ogni missionario. Questa è la convinzione del Fondatore. Il motivo è, come lui stesso affermava, perché «S. Paolo è il vero tipo dell’apostolo» o, più specificamente: «il vero tipo del missionario». Tutti sappiamo che nella pedagogia del Fondatore S. Paolo risulta sicuramente una delle principali fonti di ispirazione, sia per la quantità dei riferimenti alle sue lettere o agli Atti degli Apostoli e sia, soprattutto, per la profondità e ampiezza delle idee che propone. A questo riguardo, è molto illuminante la duplice conferenza del 29 giugno 1916, solennità dei Santi Pietro e Paolo. Il Fondatore, come da abitudine, aveva preparato un unico schema, in quel caso molto breve, che poi ha ampiamente sviluppato parlando separatamente sia ai missionari che alle missionarie. In queste riflessioni, seguirò le redazioni riprese dalle due comunità.
Il discorso del Fondatore, però, è quasi integralmente su S. Paolo, con parole di scusa per S. Pietro, che «non si offenderà se per quest’oggi non parliamo di lui, ma di S. Paolo».
Ecco come il Fondatore si introduce ai missionari «Quali virtù principali dobbiamo ammirare in S. Paolo? Eh... tutte. Ma vediamo specialmente quelle che devono formare un apostolo. E queste virtù sono tre: Primo: un vivissimo amore a N.S.G.C.; poi uno zelo ardente per la salute delle anime; e quindi una grande umiltà. Se non avesse avuto umiltà avrebbe lavorato invano». E alle missionarie: «S. Paolo aveva tre virtù principali: 1° l’Amore sviscerato verso nostro Signore; 2° zelo ardente per la salute delle anime; 3° umiltà. Ah, con solo i due amore senza umiltà, non si fa niente».
Riporterò per lo più le parole dirette del Fondatore per presentare una per una le tre virtù apostoliche, precisando subito che questa trilogia non viene sempre seguita. Una volta, per esempio, al posto dell’umiltà c’è la fede; un’altra volta l’umiltà è addirittura omessa. Tuttavia, mi pare che la dottrina costante del Fondatore sia questa che qui propongo.
1. Amore sviscerato per il Signore. Su questo tema qualche cosa l’avevo già detta, il mese scorso, riportando il pensiero del Fondatore sulla quantità di volte in cui S. Parla nomina Gesù nelle sue lettere. Ecco come parlava ai giovani nella conferenza che sto seguendo: «Prima di tutto dunque l'amore: e basta per convincersene leggere le sue lettere. Per diritto e per traverso fa sempre entrare N. Signore. E non si contenta di dire il Cristo, ma quasi tutte le volte N. Signore Gesù Cristo. E poi basta leggere certi versetti per vedere l'amore sviscerato che aveva a N. Signore. […]. Che cosa mai potrà separarci dalla carità di Cristo? la tribolazione? la fame? ecc. E poi conchiude: niente ci può separare dalla carità, dall'amore di N.S. e sfidava tutti, tutti gli elementi a separarlo, se potevano, dall'amore di N. Signore». Alle suore: «S. Paolo si gloriava di non sapere altro che Gesù, e per Lui soffrì molto; aveva gusto di nostro Signore, era sviscerato d’amore per Gesù»; «[…] e lo nominava con gusto e lo metteva per intero: Nostro Signore Gesù Cristo. Aveva un amore tutto speciale per questo nome».
Non vorrei procedere senza richiamare l’attenzione su un dettaglio collegato con l’osservazione fatta dal Fondatore sull’abitudine di S. Paolo di dire per intero il nome di Gesù. Anche lui aveva preso la stessa abitudine e, quasi sempre, usava la dizione “Nostro Signore Gesù Cristo”, che spesso sintetizzava in “N.S.G.C.”, oppure accorciava in “Nostro Signore”. Fa piacere notare che qualcuno dei suoi contemporanei se ne era accorto. Durante il processo diocesano di beatificazione, il can. L. Coccolo fece la seguente deposizione: «Ricordo che, fin dal principio della conoscenza del Servo di Dio, mi fece ottima impressione il modo particolarmente devoto e rispettoso con cui pronunciava anche a tavola il nome del Signore». E rispondendo poi alla domanda dei giudici sullo spirito di fede dell’Allamano: «Come ho già detto, mi fece sempre molta impressione il modo devoto con cui pronunciava la frase: “Nostro Signore”».
2. Zelo ardente per le anime. Ai missionari: «E poi riguardo allo zelo: basta leggere per sentire tutto l'amore che aveva per la conversione degli ebrei. “Vorrei essere io stesso anatema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli!” (Rm 9,3). Lo zelo che aveva per loro, lo spingeva a dare non solo la vita, ma a dare anche tutte le consolazioni di N. Signore per loro, per i suoi fratelli. E poi: “La carità di N. Signore ci spinge”. È l'amore che non mi dà tregua: “charitas Christi urget nos!” proprio l'amore di N. Signore lo spingeva a farsi tutto a tutti: “omnibus gentibus debitor sum! [sono debitore a tutte le genti]”. E perciò desiderava sempre di spargere la fede altrove. E così scriveva ai Romani: anche a voi sono debitore. Ed era zelantissimo di poter convertire proprio “universum mundum” [tutto il mondo]! Questo è il suo grande amore per le anime».
Un temine che ricorreva spesso sulla bocca del Fondatore per indicare l’entusiasmo con cui uno deve impegnarsi nella propria formazione e nel servizio missionario era “ardore”. A volte lo ha usato al posto di “zelo” anche in riferimento a S. Paolo. Così ha parlato alle missionarie: «E per le anime? Oh, S. Paolo per le anime voleva persino essere anatema per convertirle. Il Signore gli aveva messo un grande ardore di carità. Charitas Christi lo spingeva; voleva andare dappertutto» (Conf. MC, I, 390). Oppure: «Pregate pure S. Pietro, ma fermatevi in modo particolare allo zelo, allo spirito di S. Paolo. Tutto l’ardore che aveva lo metteva per il Signore».
3. Grande umiltà. L’umiltà di S. Paolo era ritenuta dal Fondatore come il clima generale in cui si muoveva nei confronti del Signore e della Chiesa. Già in una conferenza del 1908 il Fondatore si domandava: «Come va che S. Paolo dice “Io sono il primo tra i peccatori? Sarebbe già molto se diceva “ero”, perché persecutore, ecc., sebbene scusato dall’ignoranza; ma dice “sono”, sono ora il primo dei peccatori? Eppure non è una menzogna, e S. Paolo dice la verità. La spiegazione cerchiamola nell’umiltà del S. Apostolo».
Nella conferenza che sto seguendo il Fondatore ha spiegato così l’umiltà di S. Paolo:«Ma tutto questo [cioè: amore e zelo] dipende dall'umiltà. “Non sum dignus vocari apostolus”: si diceva indegno di essere chiamato apostolo per aver perseguitato la Chiesa. E se qualche volta era costretto a chiamarsi apostolo lo faceva soltanto per puro zelo, quando dovette lottare molto. E poi nonostante tutte le cose straordinarie che operava in lui il Signore, diceva: “sono un nulla!”. L'umiltà è quella che fa fare tutto bene, per amor di Dio, amore sviscerato verso N. Signore, e per amore delle anime. Era umilissimo in mezzo alla gloria:”una volta sono stato lapidato”, poi in mare, poi nei pericoli, poi [le opposizioni] da parte dei falsi fratelli, e le rivelazioni, ecc... E lui guidato dallo Spirito di Dio tirava dritto, e non badava ai giudizi umani. E così per questa sua umiltà è passato avanti a tutti gli altri apostoli. […]. E sapete che cosa vuol dire? Anche dopo calunniato, anche dopo tante fatiche, diventò un sì grande apostolo perché era umile e non si gloriava di sé».
Parlando alle suore ha ribadito la stessa idea dicendo: «[S. Paolo] tutto voleva fare, ma si teneva sempre in umiltà; si sottoscriveva “Paolo schiavo di N.S.G.C.; si chiamava il minimo degli Apostoli. […]. L’umiltà è quella virtù che custodisce tutte le altre. Il Signore se vede un’anima umile se ne compiace e versa le sue grazie su di lei».
Al termine di queste riflessioni, vorrei far notare un elemento che caratterizza le virtù apostoliche in S. Paolo. Si tratta dell’amore, che per il Fondatore è come un collante che lega insieme le tre virtù. Parlando dello zelo faceva notare che il Signore aveva messo nel cuore di S. Paolo un «grande ardore di carità» e «un grande amore per le anime». Parlando dell’umiltà spiegava che è una virtù che deriva da un «amore sviscerato» per il Signore e da «amore delle anime». Il Fondatore voleva missionari e missionarie santi ed era convinto, come spiegava lui stesso commentando la triplice domanda di Gesù a Pietro quando è apparso dopo la risurrezione (cfr. Gv 21,15-17), che «amare [il Signore e le anime] e farsi santi è la stessa cosa».
Concludo con l’augurio che il Fondatore ha fatto alle missionarie, ma che possiamo ritenere rivolto anche a tutti i suoi figli missionari: «Il Signore faccia di voi tante Paoline, tanti Paolini!». |