La Pasqua di Risurrezione del 2006 cade il 16 aprile, giorno che ogni mese dedichiamo ad un ricordo speciale del beato Giuseppe Allamano, da quando il Papa Giovanni Paolo II ha stabilito la sua festa il 16 febbraio, data della sua santa morte. Volentieri, quest’anno, vogliamo vivere il Mistero pasquale del Signore guidati dall’Allamano, il quale ha sempre trovato in Gesù risorto e vivo il suo punto di riferimento vitale e decisivo.
«Il nostro carnevale sarà a Pasqua con Gesù trionfante» (1). Così diceva il Fondatore già il 12 febbraio 1907 ai primi giovani missionari della Consolata, quando erano ancora un piccolo gruppo nella palazzina denominata con filiale delicatezza la “Consolatina”. Lo ripeterà si può dire ogni anno, in sintonia con la spiritualità, comune al suo tempo, della “riparazione”, proposta da S. Margherita Alacoque in seguito alle apparizioni del S. Cuore di Gesù.
Se durante la Quaresima, che iniziava subito dopo il carnevale, l’Allamano invitava alla «santa tristezza», era solo in vista della «santa allegria» che si doveva vivere con intensità a Pasqua. L’accento che poneva nella sua pedagogia non era certo sulla mestizia, ma sulla gioia. La gioia, dono del Signore risorto e vivo: ecco il messaggio dell’Allamano per ogni Pasqua. Vediamo che cosa intendeva egli per “gioia pasquale”, i suoi effetti nella vita e in quale terreno si radicava.
Festa che va al cuore
Parlando della Pasqua, l’Allamano esprimeva sempre un sentimento di santa letizia interiore, perché quella era la sua personale esperienza: «La festa di Pasqua è una festa che fin da ragazzi si godeva, feste che vanno al cuore» (2): Invitava ad appropriarsi di questa gioia: «Domani poi è Pasqua: solennizzatela con allegria specialmente spirituale, e domandate la grazia di risorgere veramente» (3).
Vorrei sottolineare questo aspetto, perché è forte nella pedagogia dell’Allamano. Lui uomo interiormente felice, che non aveva rimpianti di nessun tipo, voleva che quanti si impegnavano nella missione fossero uomini e donne dal cuore pieno, realizzati, in una parola: gioiosi! Come è possibile comunicare la gioia del Risorto, se il proprio cuore non ne è ripieno? Ed è interessante che l’Allamano leghi questo atteggiamento di gioia con il mistero pasquale. Così si era preparato per fare la conferenza, intitolata “Allegrezza e tristezza”, della domenica 3 aprile 1921, appena pochi giorni dopo avere celebrato la risurrezione del Signore: «La prima settimana dopo Pasqua che abbiamo passata è tutta di allegria: La Chiesa quanti “alleluia” ci fa dire nella S. Messa e nel Divino Ufficio […]» (4). E poi domanda: «Sapete che cosa vuol dire Alleluia? È una parola ebraica che vuol dire: lodate il Signore. È un ‘espressione di allegrezza; si loda il Signore con trasporto. In questi giorni di letizia si sente il bisogno di gridare forte: Alleluia» (5).
Anche parlando della gioia, l’Allamano riesce a trovare, come era solito fare, che il primo modello da imitare è Gesù. Ai giovani missionari dice: «E perché Nostro Signore attirava a sé tutti i bambini che le madri gli portavano da tutte le parti? Perché era affabile e non severo. Il Signore vuole che siamo allegri: “servite il signore con letizia e non nella tristezza” […]. Il Signore predilige gli allegri» (6).
La gioia, dono del Signore risorto e vivo, porta con sé la pace. Al tempo dell’Allamano si usava benedire le case iniziando dal sabato santo, terminata la celebrazione della risurrezione. La “pace pasquale” è donata non ai muri, ma alle persone. L’Allamano insiste che per ricevere questa “pace”, non basta compiere una funzione sacra, ma occorre impegnarsi a vivere nella coerenza le proposte del Risorto. Dopo avere dato la benedizione alla casa delle missionarie, il 23 aprile 1916, mentre cresceva la furia della prima guerra mondiale, l’Allamano si ferma in cappella e pronuncia qualche parola di incoraggiamento: «Vi ho data la benedizione che la Chiesa prescrive nel tempo di Pasqua affinché vi sia la pace in questa casa e fra tutti quelli che la abitano. Questa pace è un gran dono; dono che Nostro Signore, dopo la sua Risurrezione, dava tutte le volte che appariva. La pace bisogna che sia una cosa ben preziosa!... Che cos'è la pace? E’ il complesso di tutti i doni di Dio... Egli la dà a noi, alla Comunità, alla Casa. Questa pace abbiamo bisogno di ottenerla per tutto il mondo; in questi tempi tanto dolorosi è da tutti tanto desiderata. Il Signore dà la pace alle anime vostre, fa che abbiate buona volontà, costanza. Il Signore dà molta pace a chi osserva, ama la santa legge» (7). Anni dopo, in un’occasione analoga, parlando ai missionari ritorna sul concetto: «Deve essere davvero un qualcosa di grande questa “pace” che Gesù andava augurando ai suoi discepoli. Essa proviene dal perfetto adempimento del proprio dovere. […] Gesù risorge per non mai più morire, ma vedete che strada ha percorso prima di arrivarvi, il Calvario» (8).
Festa che porta al fervore dello spirito
Che cosa ci insegna colui che «è risuscitato per non mai più morire?». L’Allamano lo dice così ai suoi ragazzi: «Noi dobbiamo risorgere al fervore, non solo dal peccato, […] ma da tutte le nostre piccole miserie. […]. Noi in questa festa siamo fervorosi, ma bisogna conservarlo [il fervore], dopo la risurrezione, jam non moritur [non muore più]. Ciascuno dica a se stesso: Sono risorto, voglio essere un vero missionario, piccolo, ma vero. E non voglio più morire, fate questo proposito» (9). Ecco dunque il dono del Risorto: il fervore missionario, l’impegno di santità.
Idea analoga dice alle missionarie la Domenica in Albis del 1918: «È già passata una settimana dalla Pasqua ed oggi diciamo che rimanga l’effetto della Pasqua, cioè, continuiamo ad essere risorti e non più morire, non dico coi peccati mortali, ma colla superbia, coi capricci ecc.» (10).
Già intervenendo proprio nel giorno di Pasqua del 1908, a conclusione degli esercizi spirituali, l’Allamano incoraggia i suoi giovani prendendo lo spunto dalla fortezza dimostrata dalle donne in occasione della risurrezione di Gesù: «Le pie donne dimostrarono fortezza col recarsi prime al sepolcro. I Giudei stavano attenti, ed esse donne dovevano temerne l’ira; ma no, vi andarono da forti; avrebbero potuto scusarsi con pensare che prima dovevano andare gli Apostoli e generalmente gli uomini. Nessuna di queste considerazioni umane impedì di fare le prime e senza paura. Così voi non dovete dire che non tocca a voi ad essere i primi nel fervore… […]. Le pie donne non solo stettero forti nel decidere e nell’incamminarsi al sepolcro; ma furono costanti, né si smarrirono per via e ne ritornarono consolate. […]. Così voi siate forti e costanti nel tenore di vita santa che avete promesso negli Esercizi. Non è chi bene incomincia, ma chi persevera…» (11). Qui emerge tutta la personalità dell’Allamano, come uomo e come educatore: chiede non solo decisione, impegno, ma costanza: non «un po’ sì e un po’ no», come spiega, ma sempre, fino alla fine.
Festa di gioia con Maria
Difficile che l’Allamano viva un mistero di Cristo, senza lasciarsi coinvolgere anche dalla immancabile sua dimensione mariana. Così la letizia pasquale la vive con Maria. All’Allamano piace il canto del “Regina Coeli” [Regina del Cielo], che sostituisce l’Angelus nel tempo pasquale, perché contiene un liliale invito a Maria ad essere felice. Ma sentiamo l’Allamano nella conferenza del 3 aprile 1921: «Continueremo a salutare la Madonna col “Regina coeli” così bello, con cui si invita la Madonna a star allegra. Noi canonici in Duomo al mattino e alla sera dopo compieta, andiamo in processione fino all’ultimo altare della Madonna a cantare l’alleluja alla Madonna: il “Regina coeli”. È così bella questa piccola funzione! Così bella, così tenera! Un bravo secolare un giorno che aveva vista questa funzione ne è stato ammirato ed è venuto a congratularsi con me: è così bello! Sicuro. Si dice: “Gaude et laetare! [godi e rallegrati!] Alleluia”. Ieri questa funzione l’ho fatta io» (12).
Lo stesso giorno, parlando alle missionarie, ripete la medesima idea: invitiamo la Madonna alla gioia per la risurrezione del figlio. Noi siamo felici in questo periodo: «Perché? Perché è risuscitato il Signore e noi diciamo alla Madonna: Laetare, alleluia; godi, rallegrati, è risuscitato tuo figlio! Lo spirito della Chiesa in questa settimana è lo spirito d’allegrezza. Chi non si sente in cuore la partecipazione di questa festa, chi non gode non ha cuore e non ha spirito» (13).
L’entusiasmo per Gesù vivente
Da qui si comprende perché l’Allamano esprima così fortemente il suo entusiasmo per Gesù. È la vita del Risorto che lo ha come folgorato fin da giovane ed è diventata il suo sostegno sicuro. Nell’Allamano spicca evidente la dimensione cristologia della nostra fede. Un abbozzo di questa fede si trova nelle sue stesse parole pronunciate in occasione della festa del Nome di Gesù, nella conferenza del 12 gennaio 1908: «Quando pronunziate questo SS. Nome, bisogna che sentiate come un gusto: è cibo. Pronunziatelo più spesso che potete» (14). E gli piace rilevare l’amore che S. Paolo aveva per Gesù, deducendolo dal fatto che, nelle sue epistole, lo nomina in continuazione: «S. Paolo ha nominato nelle sue lettere più di 500 volte il Signore e lo nominava con gusto e lo metteva per intero: Nostro Signore Gesù Cristo. Aveva un affetto tutto speciale a questo nome» (15). Ed è curioso notare come l’Allamano , nel suo entusiasmo, attribuisca a S. Paolo numeri diversi di citazioni del nome di Gesù nelle lettere: «un 243 volte»; «più di 500 volte»; «almeno 300 volte»; «espressamente 243 volte» (16).
Possiamo formulare una domanda: quante volte l’Allamano ha nominato Gesù nelle sue conferenze e lettere? Chi può contarle? Ci sentiamo autorizzati a fare su di lui lo stesso ragionamento che egli faceva riguardo S. Paolo e giungere alla medesima conclusione. Davvero, l’Allamano dimostra entusiasmo per la persona di Gesù. In particolare, usa abitualmente l’espressione “Nostro Signore”. Il can. L. Coccolo ha rilasciato questa testimonianza al processo diocesano per la beatificazione: «Come ho già detto, mi fece sempre molta impressione il modo devoto con cui pronunciava la frase: “Nostro Signore”» (17).
Soprattutto l’esemplarità di Cristo – Gesù modello di vita - era il punto forte dell’Allamano. Il testo fondamentale da cui emerge la sua dottrina è la conferenza del 3 settembre 1916, tutta sul commento a Mc 7,37: «Nel S. Vangelo della Domenica passata, si racconta il miracolo di N.S.G.C, della guarigione di un sordo-muto. A questo fatto le turbe meravigliate..., esclamarono: bene omnia fecit—fece tutte le cose bene. Pare che come conseguenza dell'accaduto, dovessero dire: fece cose grandi, miracolose... No, ma: bene omnia fecit. Con queste tre parole fecero il miglior elogio, affermando che Gesù non solo nelle cose straordinarie, ma anche nelle ordinarie e comuni faceva tutto bene. Vediamo come veramente Nostro Signore in tutta la sua vita fece bene ogni cosa; per poi vedere se noi pure, imitandolo facciamo tutto bene» (18).
Più che ricorrere a testi specifici, che pure sono molti, ciò che illumina maggiormente è tenere presente la pedagogia dell’Allamano, basata molto sui modelli. Ora, il modello al quale ricorre abitualmente e per primo è appunto Gesù. Di qualsiasi virtù parli, l’Allamano trova sempre nel vangelo come Gesù l’abbia vissuta e proposta. È chiaro che gli viene spontaneo ricorrere all’esemplarità del Signore. Le sue citazioni non sono affatto forzate, anche se qualche volta lavora più con il cuore che con la ragione, in quanto nel vangelo non è possibile trovare tutti i riscontri che si vorrebbero. L’indirizzo generale della sua pedagogia è quello proposto agli allievi nella conferenza del 6 gennaio 1917: «Non solo dovete avere lo spirito di N. Signore; ma dovete avere i pensieri, le parole, le azioni di N. Signore» (19).
Entrando nella sala delle missionarie per la conferenza dell’11 aprile 1920, all’Allamano cade l’occhio sulla lavagna e legge questa frase: «Surrexit Christus spes mea!! [È risorto Cristo, mia speranza], e fa questo rilievo: «Che cosa sono quei punti esclamativi? Mettete piuttosto interrogativi; chiedete: è vero? È proprio risorto per me?...» (20). È evidente che non si accontenta di sentimenti e neppure di parole. Vuole coinvolgimento personale, coerenza di vita. Ed ecco la sua conclusione agli allievi, valida anche oggi: «Bisogna proprio che ognuno pensi: io […] sono proprio l’immagine di nostro Signore. […]. Io vorrei che ciascuno di voi fosse un altro N.S. Gesù Cristo vivente, una vera immagine, una vera copia» (21).
P. Francesco Pavese imc
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