Durante il 2008 siamo invitati a riflettere sulla figura del grande missionario Paolo di Tarso, assegnatoci come protettore annuale. Dopo avere proposto, nei mesi scorsi, alcuni pensieri del Fondatore sulla comunione che deve esistere tra i nostri due Istituti missionari, nei prossimi mesi, mi soffermerò a riflettere su come il nostro Padre parlava di Paolo e lo indicava come il maestro e modello per eccellenza di ogni missionario. Inizierò dal punto centrale del pensiero del Fondatore: l’identità di Paolo è comprensibile solo se si tiene presente la sua profonda comunione con il Signore.
1. Paolo Era un carattere ardente. Uno degli aspetti della personalità di Paolo che ha impressionato maggiormente il Fondatore è stato il suo “ardore”. Ecco due modi molto efficaci, ma anche curiosi, con cui il Fondatore descrive la passione interiore che spingeva Paolo ad agire: «Aveva tanto ardore per la legge che quando s'uccideva S. Stefano, siccome avrebbe solo potuto tirar pietre con due mani, ed era ancora giovane, governò le vestimenta e così tirò pietre colle mani di tutti». «Prima era terribile a perseguitare, poi terribile a salvare anime».
L’ardore apostolico di Paolo, per il Fondatore, deriva quindi dal suo rapporto di dedizione totale a Gesù, senza compromessi, che emerge in tutta la sua vita, a partire dall’evento fondamentale, la chiamata sulla via di Damasco.
Sulla via di Damasco. Tra le numerose descrizioni fatte dal Fondatore dello straordinario incontro tra Gesù e Paolo mentre andava a Damasco, riporto quella della conferenza ai giovani del 29 giugno 1913, anche se è lunga, perché mi pare la più vivace e la più efficace per esprimere quanto egli intendeva sottolineare riguardo l’intensità interiore di Paolo: «Vedete lo zelo, era zelo cattivo, ma "ignorans feci" [lo feci per ignoranza]... credeva di fare del bene. E quando S. Stefano fu ucciso, i Cristiani sono scappati, ed egli si fece dare lettere commendatizie per Damasco. […]. Ma ha fatto i conti senza l'oste. Ma era un carattere ardente, focoso, e giunto nella via un lampo dal cielo lo gettò a terra, ed il Signore gli dice: "Saule, Saule... perché mi perseguiti? — "Chi sei o Signore?" — "Io sono quel Gesù che tu perseguiti". Allora egli rispose quelle belle parole: “Signore, che cosa vuoi che faccia?” — Sì, o Signore, mi metto [nelle tue mani] addirittura tutto intiero! Ma il Signore non l'ha voluto dire a lui: "Va là in Damasco e ti sarà detto"».
Dopo avere descritto la titubanza di Anania, il Fondatore ha continuato, riportando la previsione di Gesù riguardo il futuro di Paolo: «”Questo è per me un vaso di elezione, che porterà il mio Nome alle Genti”. Perché aveva energia il Signore ha detto: "Mi servo di questa energia, di questa buona volontà". E allora S. Paolo: "Non presi consiglio dalla carne né dal sangue”[oggi è tradotto: “senza consultare nessun uomo”], non andò a salutare i parenti!... Non “ho preso consiglio”, ma mi son dato tutto addirittura con grande ardore!»..
Si è preparato alla missione. Sappiamo quanto il Fondatore ci tenesse alla preparazione dei suoi missionari: la qualità prima del numero! Precisamente su questo aspetto, per lui prioritario, il comportamento di Paolo veniva a proposito. Fin dall’inizio dell’Istituto, il Fondatore lo indicò come il modello per eccellenza di preparazione alla missione. Ecco che cosa diceva ai primi quattro durante i primi famosi esercizi spirituali nell’aprile del 1902, durante la meditazione sulla “vita apostolica”: «Desiderio quindi delle missioni, ma insieme timore di non essere idonei, e costanza nell'esercizio delle virtù e nello studio... S. Paolo ch'ebbe la vocazione all'apostolato così certa e miracolosa "porterai il mio nome alle genti", sebbene avesse già fatti ottimi studi, prima di accingersi a salvare gli altri si ritirò per due anni nell'Arabia e solo dopo...». I puntini di sospensione messi dal Fondatore nel suo manoscritto indicano che il discorso successivo era ovvio ed evidente per gli ascoltatori: solo dopo ha iniziato l’apostolato!
Altre volte il Fondatore si è riferito all’esperienza di Paolo in Arabia quando parlava della necessità di prepararsi bene alla missione. Per esempio, nella gia ricordata conferenza del 29 giugno 1913, dopo avere sottolineato la generosità di Paolo nel rispondere al Signore, così concludeva: «Poi stette due anni in Arabia, perché non si preparò tutto in una volta; e dopo: “sono debitore a tutti”. L'energia che aveva!».
È evidente che il Fondatore ammirò la saggezza di Paolo di non iniziare subito ad evangelizzare. Su questo punto si sentiva in piena sintonia con il grande Apostolo. Anzi, sembra quasi che volesse insinuare che è proprio questo lungo tempo di preparazione, trascorso nella meditazione e nella preghiera, che spiega la successiva sapienza dimostrata da Paolo. Prima di parlare di Gesù, Paolo si è impegnato a conoscerlo in profondità. Dalla conoscenza ne è derivata la stima e l’amore.
2. L’amore ardente che aveva per Gesù! Oltre alla prontezza e totalità nel rispondere alla vocazione, c’è un secondo aspetto che ha impressionato il Fondatore nel rapporto di Paolo con Gesù. Lo dico con le stesse parole del Fondatore pronunciate nella conferenza del 29 giugno 1913: «L'amore ardente che aveva al Signore! Nelle sue lettere nomina Gesù almeno 300 volte!». Probabilmente il Fondatore, senza mai averlo detto, ha ripreso questa riflessione da Santa Teresa d’Avila, la quale afferma: «Guardiamo il glorioso apostolo Paolo che non poteva fare a meno di avere sempre sulla bocca il nome di Gesù, perché lo aveva ben fisso nel cuore». «S. Paolo [diceva] che l’Eterno Padre ha dato un nome al suo Divin Figlio al quale terra, Cielo, abisso s’inchinano e che ogni lingua deve proclamare il bel nome di Gesù».
Ciò che è curioso notare è che il Fondatore ha ricordato altre volte l’abitudine di Paolo di nominare Gesù nelle sue lettere; solo che il numero riportato non era sempre lo stesso. In qualche caso si accontentava di dire: «Ad ogni momento [S. Paolo] nominava Gesù nelle sue lettere». Oppure: Tutti i momenti nelle epistole nominava N. Signore. Lo nominava con gusto, si vedeva che per lui era tutto… Diceva: Non sono mica io che vivo, io sono un fantasma, è Gesù che vive in me…». In certi casi indicava numeri differenti. Per esempio: «Vi è noto l’affetto di S. Paolo per Gesù: nelle sue lettere lo nomina più di 500 volte, tanto ne gode…». Oppure: «E S. Paolo? […]. Egli, come vi ho detto già altre volte, solo nelle sue lettere nomina N. Signore espressamente 243 volte. […]. Perciò anche qui S. Paolo è un grande amante di N. Signore e diceva: “La carità di Cristo ci spinge”; per nessun altro motivo egli lavorava tanto, e “mi sono fatto tutto a tutti”».
“Tutti i momenti”, “Almeno 300” volte, oppure “più di 500”, o ancora “esattamente 243”!. Al Fondatore, più che l’esattezza delle volte in cui Paolo nomina Gesù nelle lettere, interessava sottolineare questo dato di carattere piuttosto psicologico: se lo nomina così spesso, è perché gli era spontaneo pensare a lui e, soprattutto, perché lo amava molto! Lo dice bene la sua frase citata sopra: «Lo nominava con gusto!».
Concludo richiamando l’attenzione su due dettagli che lo stesso Fondatore ha fatto notare. Il primo è che, parlando del soggiorno in Arabia, spiega che, solo dopo la preparazione di due anni, Paolo si è sentito «debitore a tutti», o «a tutto il mondo» (cfr. Rm 1,14), cioè che ha compreso di doversi impegnare nella missione. E questo il Fondatore lo ha inculcato continuamente ai suoi missionari: non avere fretta di partire, prima «avere il fagotto pieno». Il secondo aspetto che merita di essere evidenziato è il seguente: secondo il Fondatore, S. Paolo si è proposto quasi come il tramite per seguire Gesù quando ha detto: «Siate miei imitatori come io lo sono di Cristo. Dunque Gesù è nostro esemplare». Ed ecco quanto ha detto ai ragazzi dando S. Paolo come patrono del seminario: «Carattere di questo Apostolo fu l’amore sviscerato per N.S.G. Cristo, per cui ogni cosa teneva come fango pur di essere di G.C. e di salvargli delle anime» |