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Giuseppe Allamano
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Chiamati con lo stesso nome PDF Stampa E-mail
Scritto da p. Francesco Pavese imc   
In questi mesi, siamo invitati a riflettere sul tema “Cammini di comunione MC e IMC - Collaborazione e Autonomia nello stile consolatino”, proposto dalle due Direzioni Generali in vista della Consulta/Intercapitolo, che entrambi gli Istituti dell’Allamano celebreranno nel mese di ottobre 2008. Non c’è dubbio che si tratta di un tema che risale alle origini dei Missionari e della Missionarie della Consolata, preso in seria considerazione dalle stesso Fondatore, e che merita grande attenzione ancora oggi.

Il fatto che l’Allamano abbia fondato due Istituti, uno maschile e uno femminile, con lo scopo di collaborare nella missione, è un dato storico incontrovertibile. Che lui dicesse di non avere la vocazione di fondare le suore, non significa che non credesse all’importanza della loro opera in missione. Basta pensare all’attività delle Suore Vincenzine del Cottolengo in Kenya.

Attraverso le vicende e per le ragioni che conosciamo, l’Allamano, dunque, ha fondato le Missionarie della Consolata nel 1910. Con grande impegno ha subito iniziato a trasmettere il proprio carisma alle figlie, come lo stava infondendo nei figli, perché, sulla base della prima esperienza, era convinto della necessità dell’azione apostolica congiunta degli uomini e delle donne. Tra i suoi due Istituti voleva piena comunione (all’inizio si parlava di “Istituto” al singolare) e capacità di collaborazione, ma anche una giusta distinzione sia nelle strutture, che nelle responsabilità e nella vita concreta. Non c’è dubbio che si sentisse “padre” allo stesso modo dei missionari che delle missionarie, e per essi usava lo stesso significativo nume di “figli” e “figlie”, indicando così che erano “fratelli” e “sorelle”.


Nei primi mesi di quest’anno, proporrò alcune riflessioni sia sulla comunione e collaborazione tra i due Istituti e sia sulla loro autonomia, in collegamento con il carisma. Incomincio ora sottolineando un aspetto, al quale spesso non badiamo, ma che è molto indicativo del pensiero del nostro Padre: ci ha dato lo stesso nome! Mentre in altre congregazioni, antiche e moderne, i due Istituti fratelli all’inizio sono chiamati con appellativi diversi (per esempio: Società Salesiana – Figlie di Maria Ausiliatrice; Missionari del Cuore di Gesù – Pie Madri della Nigrizia, ecc.), l’Allamano, quando ha fondato le suore, non si è preoccupato di inventare un altro nome, ma ha solo messo al femminile lo stesso nome che, dieci anni prima, aveva scelto per i suoi missionari.

Il nome indica l’identità di chi lo porta. Del nostro nome il Fondatore ha parlato più volte, specialmente quando, spiegando le Costituzioni, si soffermava sul titolo ufficiale dell’Istituto. Faceva notare che i nostri due Istituti hanno preso il nome sia dalla Consolata, la vera Fondatrice, che dal loro scopo apostolico specifico, la missione. Ascoltiamo una delle sue numerose spiegazioni. Dopo aver detto che le congregazioni religiose generalmente prendono il nome dalle feste o del Signore, o della Madonna, o dei santi; oppure dal loro fine apostolico, prosegue: «noi più golosi li abbiamo tutti due: Istituto Consolata per le Missioni estere»; e conclude: «Possiamo gloriarci di avere due titoli; quello […] della Madonna e quello del fine [missione], ciascuno dei quali basterebbe».

È interessante questo «ciascuno dei quali basterebbe». Che cosa significa? Il Fondatore lo ha spiegato, utilizzando i concetti della scolastica, in diverse occasioni. Per lui: “Istituto della Consolata” è il “genere”, mentre che “missioni” è la “differenza specifica”. Verso gli ultimi anni di vita lo spiegava così alle suore: «Il nostro Istituto si chiama: “Istituto Missionarie della Consolata”. Questo è il nostro titolo. […]. Il genere del nostro Istituto è :”Istituto della Consolata”, cioè noi siamo della Consolata, e tra quelli della Consolata noi siamo i Missionari. Il titolo di Missionari è quello che determina il nostro Istituto».

Tutto ciò può sembrare quasi un gioco di parole. Nella mente del Fondatore, però, il pensiero è chiaro e vuole significare che noi, in quanto appartenenti alla Consolata, siamo necessariamente anche missionari, perché ne annunziamo la gloria alle genti. In quanto missionari siamo necessariamente legati alla Consolata, perché è da essa che i nostri Istituti hanno avuto origine. Questa è la nostra identità. Il Fondatore lo ha dichiarato con evidente compiacenza: «Ne portiamo il titolo come nome e cognome». Più di così!

Il nome che portiamo ci dà una speciale responsabilità. C’è un’espressione del Fondatore spesso citata, che suona così: «Il nome che portate deve spingervi a divenire ciò che dovete essere». Queste parole sono state pronunciate il 23 giugno 1921, in una breve conferenza alle suore, mentre commentava l’ottima riuscita della festa della Consolata di quell’anno. Per comprendere esattamente il senso di questa frase, rileggiamola nel suo contesto: «Quest’anno avete fatto una bella festa della Consolata; avete anche avuto Monsignore nella vostra cappella a rendere più bella e solenne la funzione. Quanta grazia di Dio. La festa della Consolata quest’anno fu consolante davvero. Il Santuario fu sempre gremito di gente, si son fatte molte confessioni e comunioni. C’è da ringraziare il Signore. […]. Voi dovete essere santamente superbe di essere sotto la protezione della Consolata: il nome che portate deve spingervi a divenire ciò che dovete essere… Se voi aveste altri titoli, come Suore Giuseppine, ecc., ecc., dovreste essere devote del santo di cui portate il nome; così voi dovete portare bene il vostro ed avere un’alta devozione alla Madonna. Il vostro nome deve eccitarvi ad aumentare in voi la devozione alla Madonna».

Non c’è dubbio che queste parole, a partire dalla stessa considerazione e per le stesse ragioni, possono essere rivolte anche ai missionari. Tutti sono “della Consolata” e, di conseguenza, tutti sono qualificati da un nome che li spinge a divenire missionari e missionarie mariani.

Ancora una precisazione. L’inciso «ciò che dovete essere», per il Fondatore quel giorno indicava sicuramente l’amore alla Consolata.. Non è fuori posto, però, allargarne il senso, aggiungendo il secondo elemento del nostro nome, quello missionario. Ne consegue, perciò, che il nome che portiamo ci dà una precisa responsabilità: essere e operare come missionari e missionarie, con spiccato timbro “consolatino”.


Il nostro nome è un distintivo che attira. C’è ancora un aspetto che vorrei brevemente sottolineare. Lo colgo da queste parole del Fondatore, pronunciate all’inizio della novena della Consolata il 10 giugno 1923: «E quanti ci vogliono bene perché ci chiamiamo Missionari della Consolata». Appare evidente che il Fondatore ritiene che il nostro apostolato viene favorito dal fatto che portiamo un nome che ricollega alla Madonna.

Un’altra espressione del Fondatore, con la quale mi piace concludere, è ancora più esplicita al riguardo. La riprendo dal volume “Così vi voglio”, perché in esso viene riferita a tutte due gli Istituti : «Quando uscite, la gente non dice: “sono i missionari o le missionarie”, ma dice:“sono i Missionari o le Missionarie della Consolata” Non possono nominare voi, senza nominare la Madonna». Dunque, la gente quando tratta con noi, anche senza accorgersene, è come obbligata a riferirsi alla Consolata. Il nostro nome è un veicolo obbligato che porta alla la Madonna. Per il Fondatore questo è molto bello, e vuole che ne siamo consci!
Ultimo aggiornamento ( sabato, 29 marzo 2008 23:38 )


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