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  http://giuseppeallamano.ismico.org   sabato, 17 maggio 2008 11:42  
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Giuseppe Allamano
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Amministratori secondo lo spirito del fondatore PDF Stampa E-mail
Scritto da P. Gottardo Pasqualetti imc   
Tenendo conto la natura di questo incontro di amministratori, mi soffermo soltanto su alcuni aspetti che possono aiutare nel servizio che siete chiamati a dare, senza la pretesa di dire cose nuove. Con qualche perplessità perché uno potrebbe pensare che il vostro servizio è soltanto o principalmente tecnico. Ma non è così. Le scelte di carattere economico finanziario, oltre ai criteri evangelici, vanno confrontate con le nostre finalità, che sono: anzitutto la Missione, la povertà evangelica, lo spirito del Fondatore. Per cui, un amministratore dell’Istituto deve avere competenza tecnica e nello stesso tempo conoscere, approfondire e avere presente lo spirito con cui si deve operare nella amministrazione dei beni.

I - COMPITO DELL'AMMINISTRATORE

Preparazione professionale. L'ufficio di amministratore esige una preparazione professionale specifica continuamente da aggiornare per essere al corrente sulle leggi, le imposte, la finanziaria, ecc. In questo dobbiamo attrezzarci sempre meglio, almeno in alcune amministrazioni “maggiori”, ricorrendo all’aiuto di esperti nei vari settori della finanza, dell’amministrazione e argomenti collegati (ONLUS…). Si devono seguire i criteri di ogni amministrazione.

Anche questo rientra nello spirito dell’Allamano, che confidava soprattutto nella Provvidenza, ma non era sprovveduto. Anzi, Povertà e amministrazione dei beni occupano largo spazio nella sua vita e nel suo insegnamento:

* per i capitali che ha dovuto amministrare: beni personali, l’eredità dello zio Don Giovanni e poi altre, come quella di Demichelis (consistente e non priva di questioni ereditarie);

* per il risanamento delle finanze della Consolata e poi i lavori di ristrutturazione;

* la conduzione del Convitto, di S. Ignazio, della Causa del Cafasso;

* la fondazione degli Istituti missionari e il sostegno della loro attività in Africa.

Dal punto di vista giuridico, poi, in relazione posso, amministrazione e uso dei beni “personali” da parte dei missionari lo ha fatto tribolare molto. Vi è stata certamente una evoluzione su questo argomento, perché non corrispondente ai principi della povertà religiosa. E poi ritenuto da alcuni missionari non conforme alla scelta inizialmente da loro fatta. D’altra parte, l’esperienza ha convinto l’Allamano che quello che lui stesso chiama “mezzo voto” di povertà doveva essere corretto per il bene delle missioni oltre che per la maggiore perfezione della vita consacrata.

Valori carismatici. La necessaria preparazione tecnica, indispensabile, non basta. Le scelte di carattere economico finanziario vanno confrontate con le nostre finalità, che sono: la Missione, la povertà evangelica, lo spirito del Fondatore.

-- a) la professione della povertà. Argomento che sempre nella chiesa è stato oggetto di discussione e anche di divisioni, fin dal tempo degli Atti degli Apostoli. La povertà evangelica è un valore proposto a tutti e professato da alcuni in modo più esplicito e coinvolgente, ma le forme pratiche di attuazione sono state e sono diverse, secondo lo spirito dei Fondatori e gli impegni di apostolato. Diversa la situazione di una comunità contemplativa e di altre impegnate nella scuola, nella stampa, nella missione. Così, alcuni stili di povertà possono ammirevoli e stimolanti, ma non è detto che debbano o possano essere seguiti in tutti gli ambienti e da tutte le forme di vita religiosa.

La diversità deriva anche dagli ambienti e dai periodi storici: quello che è considerato espressione di povertà in una determinata situazione, può non esserlo in un’altra, come la povertà praticata dagli Ordini mendicanti… Così, quello che un tempo, o ancora in qualche luogo, poteva essere considerato un lusso, ora non lo è più.

Anche se questo è vero, il discorso diventa delicato e richiede una buona capacità di discernimento, perché si presta facilmente ad allargamenti o arbitri. Lo avvertiva già il fondatore che si trovano sempre pretesti per allargare le maglie della povertà: "I bei nomi di tempi cambiati, di circostanze mutate, di costituzioni più deboli, sono molto acconci per giustificare ciò che non si dovrebbe accordare". Perciò: "se non si sta attenti, ad una certa età tutti i bisogni vengono fuori" (cf. VS, pp. 65-66). E avendo esperienza di vita consacrata per il suo ministero, e avendo poi dovuto riflettere molto e consultarsi sull’argomento poteva dire che esso è "inesauribile" (Conf.,I, 520), un "ginepraio" (III, 6) per i cavilli giuridici, le giustificazioni, le scuse, il cambio di sensibilità, le esigenze dell'apostolato. E aggiungeva che il diavolo "ci fa vedere che non possiamo farne a meno". E oggi, questo pericolo è ancora maggiore per le innovazioni tecnologiche e il bombardamento della pubblicità.

-- b) Occorre pure confrontarsi con la Missione, che è la ragione e il fine per cui ci vengono dati i beni materiali. Essa ne orienta e condiziona l’uso. Anche in questo l’Allamano è preciso e incisivo: “i denari non ci sono dati per le nostre comodità, per stare meglio noi, ma perché stiano meglio gli altri”. Quando abbiamo il necessario basta… Non dire: i denari ci sono…; denari bisogna averne per fare il bene, non per stare bene. Man mano che il Signore ce ne manda, si impegnano in opere buone” (a Sr. Chiara). Ancora: “Noi non saremo mai ricchi, perché il denaro in più, abbiamo da mandarlo a fondare missioni” (Suore II, 6). “Se la provvidenza continuerà a fornirmi i mezzi a questo fine supremo dell’evangelizzazione, non debbo risparmiali” (18.12.20).

In questo principio: “non per stare bene noi…”, vi tutto un programma, una ispirazione nel vivere la povertà, e nel condurre l’amministrazione. Ciò evidenzia che tutto è finalizzato alla Missione secondo quanto è indicato, in senso generale, al n. 5 delle Costituzioni secondo cui il fine “ad gentes” “deve permeare la nostra spiritualità, guidare le scelte, qualificare la formazione e le attività apostoliche, orientare totalmente l’esistenza”. Orientare tutto alla Missione significa fare le scelte di Gesù, già presenti nel battesimo, quando si mette in fila con i peccatori, e rese esplicite nella Sinagoga di Nazaret (commentando il testo di Is.), quando indica le sue scelte:

Evangelizzazione…dei poveri; liberazione, consolazione. Al di là delle specificazioni, quella di Gesù è una scelta di campo, dice da che parte sta. Ciò fa parte della missione, che si rivolge di preferenza al mondo dei poveri, del sottosviluppo, delle ingiustizie sociali, e dovrebbe condizionare il nostro modo di vivere. Ci impone di riflettere su come vengono usati e amministrati i beni e come sia il nostro modo di vivere e operare.

-- c) Vi è anche una tradizione che deriva dall’insegnamento e dalle insistenze del Fondatore, dalle norme da lui date riguardanti la povertà come voto e più come spirito e, insieme sulla Missione: scelte, metodi, criteri nel fare missione.

Quindi, Missione, povertà religiosa, norme e spirito del Fondatore determinano anche l'indirizzo dell'amministrazione, da cui non si può prescindere perchè componenti che presiedono alla nostra vita.

Per questo la competenza tecnica, pur necessaria, non basta, ci vuole anche uno spirito. I due aspetti si integrano a vicenda. Per noi vi sono settori necessariamente improduttivi o nei quali prioritaria non è la valutazione sul loro rendimento o costo: AMV, stampa…

In queste attività va considerato lo scopo da raggiungere più che il vantaggio economico. Questo comporta negli amministratori una competenza in ambedue i campi, in quello amministrativi finanziario e nei criteri che regolano la vita e la attività dell’Istituto.

Allamano-Canmisassa, esempio di collaborazione

Questo ha un modello nei rapporti tra il Fondatore e il can. G. Camisassa. Sono un esempio di comunione anche sotto questo punto di vista. L'Allamano è e rimane il Fondatore; a lui compete tutto quello che si riferisce al carisma, allo spirito, anche nell’uso dei beni. Il Camisassa condivide gli ideali dell'Allamano, ne riconosce la santità. E anche se più esperto di Lui nei problemi di amministrazione, sta alle sue direttive. E talvolta sono contrarie alle sue. L'Allamano riconosce la capacità e la competenza del Camisassa in materia e gli dà fiducia, ma la decisone ultima è sua.

D'altra parte il Camisassa non è un semplice amministratore. Ha aiutato il Fondatore nel dare forma alla sua ispirazione. Lo si vede nelle trattative con Roma dove entrano insieme, nella redazione di documenti anche di carattere formativo in cui interviene anche la mano del Camisassa.

Oltre al valore pratico della collaborazione, questa intesa evidenzia che nell'uso dei beni, oltre ai criteri di natura finanziaria, entrano per noi altri aspetti: lo spirito, la testimonianza di povertà, il buon nome, la condivisione, il bene delle persone. Questa attenzione spetta soprattutto ai superiori. Per cui diventa indispensabile la cooperazione. L'ideale sarebbe che vi fosse la comunione che c'è stata tra loro, senza temere da parte degli economi interferenze dei superiori e con l’attenzione, da parte di questi, della componente finanziaria nelle loro iniziative. Si deve agire nella comunione. La nostra storia mostra che quando questa si è incrinata si è spaccato qualcosa.

Questo è avvenuto all'inizio quando in Kenya mons. Perlo ha accentrato in sè le funzioni di superiore e di amministratore. Ancora, quando il medesimo mons. Perlo assunse la carica di vice superiore generale, accentrando ancora quasi tutto in sé, "a cominciare dalla cassa" e si ebbe uno "sbilanciamento nel materiale". Le intenzioni e le istanze di mons. Perlo erano giuste, ma l'espansione e il ritmo da lui impresso non era proporzionato alle capacità concrete dell'Istituto, e quindi non poteva che avere degli effetti negativi. L'Allamano se ne rese perfettamente conto, anche se, nella sua umiltà riteneva che forse era troppo vecchio per tenere dietro al ritmo giovanile di Perlo.

Si è spezzato ancora qualcosa quando non è stata condivisa l'intenzione del Fondatore di separare o distinguere i missionari dalle missionarie, provvedendo loro una congrua base economica. Si sarebbero evitati tanti malintesi.

Così in altri casi, come nelle relazioni con i Padri dello Spirito Santo, e si sarebbe evitata la “visita” nelle missioni del Kenya da parte di mons. Hinsley, e poi quelle di Pasetto per il santuario della Consolata e per l’Istituto, con le infinite sofferenze che esse hanno provocato.

II - POVERTÀ E CARISMA

Nell’insegnamento e nelle norme date dal Fondatore su povertà, amministrazione e uso dei beni, vi è stato certamente uno sviluppo. L’Allamano vi è stato condotto dalla necessità di adeguarsi alle disposizioni canoniche. Ma, nello stesso tempo, l’esperienza lo convinse che una forma di povertà più stretta di quella che aveva inizialmente pensato era molto opportuna per la maggior perfezione, per rafforzare lo spirito di famiglia e la comunione nell'apostolato.

Questa evoluzione, insieme anche alle situazioni concrete, lo impegnarono molto nel magistero sulla povertà, che occupa uno spazio molto ampio nelle conferenze e nelle lettere.

Ma vi è pure in lui una convinzione di fondo, che indipendentemente dalle esigenze giuridiche, lo ha guidato fin dall’inizio della Fondazione dell’Istituto. Questa, assieme a altre ha anche una motivazione strettamente collegata con lo spirito della povertà. Essa è da lui ritenuta come una componente essenziale dell’Istituto e del suo modo di fare Missione. Per cui, se è un elemento carismatico, non si può farne a meno o metterlo da parte. L’Istituto non sarebbe più come deve essere, come lo ha pensato il Fondatore.

Si può essere missionari senza essere religiosi, senza voto di povertà, come gli Organismi missionari a cui inizialmente l’Allamano si è ispirato. Ma egli distingue tra aspetti giuridici, voto e spirito. Come spirito, fin dall’inizio egli ha guardato alla povertà come elemento costitutivo dell’Istituto, perché tale lo riteneva per la Missione stessa. Non si può essere missionari senza spirito di povertà. Infatti:

1. Nella lettera di richiesta della fondazione dell'Istituto al card. Richelmy (6 aprile 1900) in cui sono delineati gli elementi fondamentali (carismatici) dell’Istituto, è espressa l’intenzione di dare vita a un gruppo di missionari "che lavorino non per arricchirsi ma pel solo bene delle anime". La sua preoccupazioni infatti è per i tanti che partono, ma teme "che molto v'entri l'interesse".

2. Di conseguenza, è convinto che i singoli, la Missione, le comunità prosperano in proporzione dell'osservanza della povertà, che egli considera “la madre di tutte le virtù” (Conf. III,42):

* i singoli: "se c'è uno che deve essere distaccato fin alla radice è proprio il missionario"; lo spirito di povertà evangelica è proposto a tutti i cristiani, ma questo vale “tanto più per i missionari” (ivi 34-35. I mediocri che non sanno darsi totalmente, non hanno il coraggio di staccarsi da tutto, si riservano sempre qualche cosa: “sono legati ai piccoli comodi, non hanno il coraggio di provare gli effetti della povertà” (ivi 154-156); e questo li trattiene anche da un maggiore coinvolgimento con la miisone;

* convinto che "in tanto farà bene in Africa, in quanto si è staccati da tutto e da tutti" (cf. 9-11), scrive a un missionario: “Se vuole fare miracoli nelle missioni, sia umile, contento del necessario e anche goda di essere privo di tante cose, poi sia staccato da ogni cosa" (a Borda Bossana).

* Uno dei tre ricordi ai partenti è lo spirito di distacco, in cui per l'Allamano sta il "sugo della povertà”: distacco "da noi medesimi, dalle nostre abitudini, dai nostri capricci, dalle fisime... staccare il cuore dalle cose della terra, ma prima da noi. Staccarci dalle comodità; bisogna staccarci da queste cose; siamo più lindi, più sciolti... Distacchiamoci da qualunque cosa" (Conf-Suore III, 191; cf. lettera alle prime partenti 1 nov 1913). E aggiunge: “Certamente non sarà missionaria quella che non sapesse soffrire qualche privazione nel cibo, vestito e abitazione, e cercasse gusto nelle misere inezie dei paesi civili. Il Signore vuole anime generose, e generalmente per fare opere grandi di conversione non si serve che delle persone mortificate e morte alle delicatezze della vita” (1 nov. 1913).

Le comunità: “finchè una comunità di tiene allo spirito di povertà farà del bene e gran bene"; "da questa virtù e voto di povertà dipende l'avvenire di tutta la nostra comunità e quando si va rallentando in questo tutto lo spirito se ne parte" (Conf. III, 9), "va tutto perduto"; "è la fine, la morte delle comunità”.

Per cui una delle angustie che lo hanno tormento negli ultimi anni sarebbe dovuta proprio all'impressione che si fosse caduti in quello che egli voleva fosse evitato fondando l'Istituto.

III - POVERTÀ E SPIRITO DELL’ISTITUTO

Le espressioni piuttosto forti appena ricordate derivano dalla convinzione che l’Allamano aveva e ha sempre più approfondito sul collegamento tra povertà e missione e sulla necessità del distacco per essere missionari. Lo evidenzia Gesù stesso a chi esprime il desiderio di seguirlo per collaborare alla sua opera o che lui chiama a farlo. Come prima condizione chiede di abbandonare tutto Così hanno fatto gli apostoli e quanti hanno seguito il loro esempio. Altri che non si sono sentire di tagliare con legami patrimoniali, affettivi, di sicurezza hanno perduto la opportunità loro offerta, come il giovane ricco (cf. anche i tre casi indicati da Lc 9).

Questa è anche la proposta del “Prima santi” fatta dall’Allamano ai suoi missionari. Essa comporta di mettere Dio al primo posto: “Dio solo!”. Il vero povero è colui che nulla antepone all’amore per Dio; niente gli è più caro di Cristo; niente desidera maggiormente che collaborare ala sua opera di salvezza dell’umanità.

Su questa linea è il decreto conciliare sulla Misione (“Ad gentes”) e l’eniclica “Redemproris missio” di Giovani Paolo II: “Il missionario partecipe della vita e della missione di colui che annientò se stesso pendendo la forma di schiavo, deve essere pronto a rinunciare a se stesso e a tutto quello che aveva in precedenza e possedeva in proprio, e darsi tutto a tutti” (AG 24).

Così la RM indica come qualificante il missionario la spogliazione totale di sé, il distacco alle persone, dai beni, dal proprio ambiente, per farsi fratello di coloro ai quali è mandato (cf. RM 88).

Soprattutto, questo è l’esempio di Gesù, sempre al primo posto nell’insegnamento dell’Allamano. Anche in questo caso: “L’esempio e le parole di NSGC sono il primo e più potente stimolo a stimare, amare e praticare la S. Povertà….. Si è fatto povero per noi; come è bello!” (III, 42- 44). Vede tutta la vita di Gesù segnata dalla povertà: “povero nella nascita; più povero nella vita; poverissimo sulla croce”. Nella povertà compie la sua Missione. Così il missionario.

Anche in questo, nella disponibilità a donare tutto, l’Allamano può presentarsi come “padre di missionari”. Ha dato l’esempio. Ha avuto cospicui capitali. Cominciò a dare del suo prima di chiedere agli altri. Ha messo tutto a servizio della Missione. “Per le missioni mi sono mangiato tutto! Quel poco che avevo l’ho consumato tutto” (Conf.-Suore III, 331). Nel testamento poteva tranquillamente scrivere “Per voi ho consumato roba, salute e vita”. Confermava l’attuazione di quanto a diverse riprese aveva scritto a Propaganda Fide: “Il Can. Allamano è disposto ad assegnare all’Istituto e a spendere nello sviluppo di queste missioni [del Kenya] tutto il suo patrimonio privato, consistente in stabili… e quanto possiede in lavori diversi” (1 aprile 1905), Così nel 1907, 1908, 1914). Più significativo quanto scritto il 7 ottobre 1909: “Voglia il Signore continuare a benedire questa opera intrapresa unicamente per la sua gloria; opera per cui i sottoscritti [G. Allamano e il Can. Camisassa] come consacrano fino all’ultimo centesimo delle sue sostanze, e fino all’ultimo delle loro fatiche, e sarebbero ben felici di poter dare anche la loro stessa vita”.

Caratteristiche della povertà, secondo G. Allamano.

Nell’insieme di proposte e raccomandazioni da lui fatte emergono quelle che per lui sono fondamentali per vivere la povertà in relazione alla missione.

- Anzitutto il distacco da tutto e da tutti, già considerato come premessa indispensabile per scegliere la Missione;

- Contentarsi del necessario, da poveri. Non è solamente un criterio collegato con lo spirito di povertà. Oggi si avverte che la Missione deve tenere conto della necessità di vivere e proporre stili di vita diversi, per il futuro del creato, ma anche per la considerazione della situazione di gran parte dell’umanità. Occorre instaurare uno stile di vita più sobrio, alternativo e critico nei confronti di quelli dominanti nella nostra società. Ormai è chiaramente dichiarata da più parti la “insostenibilità” dello sviluppo finora perseguito, che porta necessariamente alla distruzione delle risorse di vita della terra. Si avverte sempre più che la nostra convivenza e la nostra vita sono minacciate dalla mancanza del dovuto rispetto per la natura, dal disordinato sfruttamento delle risorse, dal progressivo deterioramento della qualità della vita. Di fronte al degrado ambientale ci si rende conto che non si può continuare a usare i beni della terra come nel passato (1). Il tenore di vita dell’occidente va messo in discussione, contro i tentativi di perpetuare i privilegi di cui finora ha goduto spesso a scapito dei paesi poveri del sud del mondo.

Ma è anche per la scandalosa sproporzione esistente tra Nord e Sud del mondo, paesi ricchi, sviluppati e paesi poveri e “in via di sviluppo”; lo sperpero da una parte e la miseria dall’altra. «La terra è un dono di Dio agli uomini, una mensa comune imbandita per tutti. Ognuno di noi, che nasce su questo globo, eredita l’impegno di custodire l’altro e la sua vita» (1). Anche questo fa parte della Missione. E gli Istituti Missionari ne portano avanti la sensibilizzazione, anche se non sempre ciò è compreso o viene bollato con etichette negative, gli sono attribuiti colori politici che proprio non ha, o lo si ritiene troppo “orizzontale”, sbilanciato sul sociale.

Per la vita consacrata, poi: «una reale semplicità di vita è il segno che si sta puntando su Dio, il quale è scelto non in funzione di un benessere fisico o psichico ma semplicemente perché è Dio»(2), il primo bene.

- Terzo criterio dell’Allamano: essere contenti talvolta di mancare anche del necessario, sperimentando le asprezze della povertà a causa della missione; ciò fa vedere che si ama la missione, tanto da godere delle ristrettezze che essa impone, come Paolo che godeva di sopportare ogni cosa per Cristo e per l’annuncio del vangelo. Secondo l’Allamano egli diceva: “in mezzo a tutte le miserie del caldo e del freddo, della fame, ecc., sono sempre oltremodo contento” (Lettera a Ferrero, 26.07, 915). (3)


IV- CARATTERISTICHE DELLO SPIRITO DI POVERTÀ

Anche nella vita consacrata vi sono diversi modi di vivere la povertà, differenti le accentuazioni che vengono privilegiate. Lo fa anche il Beato Allamano partendo da due prospettive: la missione e lo Spirito dell’Istituto.

In relazione alla missione, la povertà comporta:

*- anzitutto il distacco da tutto e da tutti, già considerato come premessa indispensabile per scegliere la Missione;

*- contentarsi del necessario, da poveri. Oltre alla professione di povertà, questo criterio richiama la necessità oggi particolarmente sentita, di vivere e proporre stili di vita diversi, per il futuro del creato, e per la situazione di gran parte dell’umanità. Occorre instaurare uno stile di vita più sobrio, alternativo e critico nei confronti di quelli dominanti nella nostra società. Ormai è chiaramente dichiarata da più parti la “insostenibilità” dello sviluppo finora perseguito, che porta necessariamente alla distruzione delle risorse di vita della terra. Si avverte sempre più che la nostra convivenza e la nostra vita sono minacciate dalla mancanza del dovuto rispetto per la natura, dal disordinato sfruttamento delle risorse, dal progressivo deterioramento della qualità della vita. Di fronte al degrado ambientale ci si rende conto che non si può continuare a usare i beni della terra come nel passato (4). Il tenore di vita dell’occidente va messo in discussione, contro i tentativi di perpetuare i privilegi di cui finora ha goduto spesso a scapito dei paesi poveri del sud del mondo.

Ma è anche per ridurre e in quanto possibile eliminare la scandalosa sproporzione esistente tra Nord e Sud del mondo, paesi ricchi, sviluppati e paesi poveri e “in via di sviluppo”; lo sperpero da una parte e la miseria dall’altra. «La terra è un dono di Dio agli uomini, una mensa comune imbandita per tutti. Ognuno di noi, che nasce su questo globo, eredita l’impegno di custodire l’altro e la sua vita» (5). Anche questo fa parte della Missione. E gli Istituti Missionari ne portano avanti la sensibilizzazione, anche se non sempre ciò è compreso o viene bollato con etichette negative, gli sono attribuiti colori politici che proprio non ha, o lo si ritiene troppo “orizzontale”, sbilanciato sul sociale.

Per la vita consacrata, poi: «una reale semplicità di vita è il segno che si sta puntando su Dio, il quale è scelto non in funzione di un benessere fisico o psichico ma semplicemente perché è Dio» (6), il primo bene.

*- Terzo criterio dell’Allamano: essere contenti talvolta di mancare anche del necessario, sperimentando le asprezze della povertà a causa della missione; ciò fa vedere che si ama la missione, tanto da godere delle ristrettezze che essa impone, come Paolo che godeva di sopportare ogni cosa per Cristo e per l’annuncio del vangelo. Secondo l’Allamano egli diceva: “in mezzo a tutte le miserie del caldo e del freddo, della fame, ecc., sono sempre oltremodo contento” (Lettera a Ferrero, 26.07, 915).

1. La povertà è pure posta dall’Allamano in relazione ad alcune caratteristiche dell’Istituto, da lui proposte con particolare insistenza.

Spirito di fede

L'Allamano ha chiaramente impostato la sua vita e la sua attività su criteri di fede e in questa visuale ha fatto rientrare anche la considerazione dei beni, del loro uso e della loro amministrazione. Li spirito di fede, sotto questo aspetto, comporta l’assunzione di alcuni atteggiamenti.

a) Fiducia. Egli è fermamente convinto che se Dio vuole un'opera non manca di dare gli aiuti necessari. E quindi non gli manca il coraggio di osare. Per prima cosa si deve valutare bene se ciò che si pensa di fare rientra nella "volontà di Dio", cioè se è opportuno o necessario. Questo atteggiamento emerge quando intraprende i lavori alla Consolata che spaventano i tecnici per la spesa che comportano; nei momenti difficili durante la guerra; dopo la morte del Camisassa quando si trova in difficoltà per il sostentamento dei missionari in formazione e per il pagamento dei lavori per la costruzione della casa madre delle suore e dal Kenya, dove aveva investito i suoi beni, non riceve nulla. Non perde mai la serenità e la fiducia. "Posto che sia volontà di Dio che si accettino tanti individui e che corrispondano, Iddio deve fare miracoli, come li fa al Cottolengo". "Il Signore penserà sempre a voi... vi provvederà tutto il necessario (Conf. III, 498). Assisuca di non aver mai perso il sonno per la preoccupazione dei soldi.

Fidarsi di Dio significa affrontare le difficoltà con spirito evangelico, bandendo ogni affanno, attaccamento ai propri progetti, interesse personale, ma anche che non si può stare ad aspettare. Occorre darsi da fare, cooperare con Dio. Non ammette l'atteggiamento che a volte si ha in comunità di solo ricevere, del tutto dovuto: "tutti devono cooperare al bene comune", con il lavoro, "cercare di guadagnare qualche cosa per la comunità, ”essere come membro vivo di una famiglia" (Conf. II, 359).

b) Discrezione. Da questa fede viene anche il senso di discrezione nel chiedere e nel presentare le necessità delle missioni. Non voleva pressioni esagerate, per il suo stile, la sua delicatezza, ma anche per la sua fede: gli sembrava di mancare di rispetto al Padrone e alla Padrona. "Vivete di fede e poi il Signore farà anche dei miracoli, anzi sarà obbligato a farli. Egli è padrone di tutto" (ivi III, 716). "Andare avanti a suon di grancassa non va per le opere di Dio. Non siamo noi che ci procuriamo i mezzi; è la Divina Provvidenza che ce li manda" (Gallea).Era dell'idea che si deve “mettere la grande famiglia del benefattori al corrente del lavoro che si fa nelle missioni e delle necessità delle medesime, senza forzare nessuno, lasciando al Signore muovere i cuori secondo la sua volontà” (Gallea).

Analogo atteggiamento aveva per i lavori al santuario della la Consolata.

c) Delicatezza. Da questa visione di fede scaturisce un altro concetto forte: i beni non sono nostri; sono di Dio che ce li dà per le sue opere, per l'attività della Chiesa, per l'apostolato. Di qui viene quella “delicatezza” che è attenzione a risparmiare, ma senza spilorceria; non sprecare, evitare il deterioramento delle cose per trascuratezza. A promuovere queste attenzioni è il senso soprannaturale per cui tutto è visto come proprietà di Dio e quindi "cosa sacra", da usare secondo gli scopi per cui Dio la dà. Sciupare, sprecare, è offendere Dio che ne è il padrone. "Pare alle volte che la roba della comunità sia di nessuno e la si trascura e non se ne fa caso; no! Se fosse mia già dovrei tenerla da conto; ma non è mia, è di Dio, della comunità", è frutto di "lacrime e sangue" dei benefattori. Per cui quando andava al cimitero sostava presso le tombe dei benefattori per ringraziarli e pregare per loro, ma anche per domandarsi: come ho usato dei loro beni? Quindi è questione di delicatezza verso Dio, verso i benefattori e anche verso coloro per i quali i beni sono dati. "Pensa che non sono tuoi - diceva a p. Ciravegna - così ci penserai due volte prima di spenderli".

Un pò tutti i santi che si sono distinti per il loro amore alla povertà e ai poveri sono dominati da questa idea: i poveri sono i nostri padroni, i nostri signori (S. Vincenzo, Cottolengo); gli infermi "mi possono non solo comandare ma far bravate, dirmi ingiurie e villanie come miei legittimi padroni" (S. Camillo de Lellis).

Per noi, padrona è la Missione, e con lei i benefattori e le persone a cui i beni che riceviamo sono destinati. Per cui l’Allamano afferma senza esitazione: è rubare sia usare male delle cose, sia adoperarle per nostra maggiore comodità, perché ci sono date "non per stare bene noi, ma per far star meglio gli altri”. Non dire: "tanto i denari ci sono; man mano che il Signore ce ne manda si impegnano in opere buone". Una espressione che lo offese è: “il Rettore è ricco”, e commenta: "anche fossi ricco non sprecherei un centesimo"; e così è stata la sua vita: sobria, con lo stretto necessario nel vestito, nel mobilio (mai rinnovato), nel vitto (sempre quello comune eccetto nelle malattie), nelle vacanze, nei viaggi.

E niente mai gli rimase appiccicato nelle mani dei tanti denari che vi passarono; nessuno ha potuto fargli alcun appunto a questo riguardo.

Nel nostro modo di fare ci sono comportamenti che non sono in sintonia con questo:

* dalla realizzazione di opere inutili perché non strettamente necessaire, ma pensate tali di chi intende farle, senza considerare la loro sostenibilità futura da parte di altri con minori possibilità di interventi;

* al lasciarle deperire per trasandatezza, noncuranza o paura di perdere qualcosa (ad es. depositi bancari);

* all'accumulare soldi che non sono propri; oppure raccolti per un fine particolare o anche per le missioni in genere, e restano lì per anni, forse... per sempre, mentre i “padroni”, cioè la gente ne ha bisogno ora, ha fame oggi, ha da mandare a scuola i figli, di curare i malati, oggi…. “Non dire: ritornerò e domani ti darò aiuto. Nessun intervallo si interponga fra il tuo proposito e l’opera di beneficenza. Essa, infatti, non consente indugi. Spezza il pane all’affamato e introduci i poveri e i senza tetto in casa tua, e fallo con animo lieto e premuroso” (S. Gregorio Nazianzeno).

d) Precisione. L'Allamano è riconosciuto come un uomo di grande precisione. Lo aveva imparato dalla mamma ricordata come donna nella cui casa regnava l'ordine e la precisione. La riuscita delle sue imprese si deve anche a questo, così come anche le sue vittorie a Roma nei vari ricorsi. Stessa qualità aveva il Camisassa: basti ricordare lo studio meticoloso e preciso nelle spedizioni di materiale e macchinari in Africa, che dovevano essere divisi in modo da poter essere trasportati, e le sue istruzioni a Benedetto Falda per la ricomposizione. Precisione anche in campo amministrativo in un insieme abbastanza complesso per le attività e la distinzione dei vari Enti: Consolata, Convitto, S. Ignazio, Cafasso, Istituto. Attento a registrare tutto e seduta stante e lo stesso raccomandava di fare ai sacerdoti e ai missionari, per non scordarsi. Aveva ottimi collaboratori, ma esercitava il controllo della cassa e dei conti che qualche volta fece rifare, prima di presentarli all'arcivescovo.

Preoccupato anche che le entrate andassero per lo scopo per cui erano date, anche se poi doveva supplire con l'una o con l'altra. Particolare attenzione ebbe sempre per la registrazione delle Messe e ancora sul letto di morte volle assicurarsi che questo soprattutto fosse a posto.

Sempre per il senso di essere amministratore di qualcosa che appartiene a Dio, che non ha bisogno dei nostri sotterfugi e mezzucci.

2. Spirito di famiglia

Un aspetto sul quale il Fondatore insiste in relazione alla povertà è lo spirito di famiglia. E' proprio la constatazione dei riflessi che il possesso dei beni aveva su questo aspetto che lo portò a dire che il "mezzo voto" di povertà come era formulato all'inizio era una "cosa molto problematica e causa di molte miserie".

Esso comporta che all’interno dell’Istituto:

- non vi siano disuguaglianze stridenti; per cui uno ha e lascia gli altri nell'indigenza: accumula, si fa pagare il pedaggio, porta via i candelieri quando cambia missione; ottiene i permessi perché "ha i soldi". Questo, nella internazionalizzazione dell’Istituto diventa ancora più rilevante;

- non ci si debba "arrangiare",

- non si debba ricorrere ai parenti e anche ai benefattori con esagerate insistenze. Altro comportamento che l'Allamano proprio non sopportava: vi vedeva un'offesa alla sua paternità e una diminuzione nel senso di appartenenza alla nuova famiglia;

- si sappia condividere. Infatti la famiglia è una sola e "se le missioni soffrono, dobbiamo soffrirne tutti" (non solo spiritualmente), perché "la borsa è unica" e quindi non possiamo "tenere tutto per noi" dice a quelli della casa madre) e quelli del Kenya: "spetta a voi risparmiare quanto è possibile e colle vostre fatiche e risparmi cooperare alla fondazione della prefettura del Kaffa".

Da questo spirito di condivisione, "dipende in gran parte la prosperità dell'Istituto" cioè l'efficacia della sua opera di evangelizzazione. E' necessaria la collaborazione di tutti, sentirsi una famiglia unica, che tutta lavora per lo stesso scopo. Per fare questo, occorre saper guardare oltre le proprie necessità, per aiutare i missionari della propria circoscrizione e di altri paesi.

Di qui l'opportunità di un impegno sempre più deciso e concreto per l'attuazione della cosiddetta "cassa comune" e il coordinamento delle iniziative e degli aiuti. Cosa anche questa tanto più necessaria con l'internazionalizzazione dell'Istituto, per non creare situazioni di disagio (tra padri ricchi e poveri, bravi e incapaci) che ha riflessi negativi anche sulla vita di famiglia e l'unione.

- Lo spirito di famiglia comporta anche una attenzione nei confronti delle persone. L'Allamano ha una concezione della povertà, che è certamente molto impegnativa, ma nello stesso ha un timbro di umanità che è tutto suo. Sappiamo, ad esempio, come fosse molto attento e delicato a questo riguardo, prevenendo. Per cui anche all'insaputa dei missionari pensa ai loro genitori o con una aggiunta alla pensione o provvedendo loro un ricovero. Provvede a qualche missionario qualcosa che aiuta a sviluppare alcune sue doti, come i colori a p. Calandri, il mandolino a fr. Benedetto Falda. Altre volte interviene per migliorare il vitto, o il riscaldamento.

Umanità che lo porta a considerare le persone così come sono. Non possiamo immaginarle perfette. Anche nella povertà vi è un cammino progressivo. Perciò, fin dall'inizio esorta mons. Perlo a "allargare la mano", a essere "generoso per le cose necessarie alla salute", a essere comprensivo verso coloro che non riescono a essere tanto generosi da accontentarsi, ad avere fiducia nella provvidenza che pensa non solo al necessario ma anche al superfluo e anche "di più, a quanto bisogna tollerare per la debolezza e miseria umana di chi non ha la forza di subito essere più generoso nei sacrifici dell'apostolato".

Una umanità che si esprime anche nella fiducia delle persone. Egli punta sempre sulle convinzioni, e desiderava che la povertà o anche le semplici restrizioni imposte dalla vita missionarie, fossero "amate", non imposte. "La virtù della povertà non sta nell'essere poveri, ma nell'amore alla povertà; amore vero alla povertà" (Conf. I, 520), nel viverla "non per forza, ma contenti", fino "a godere talvolta di mancare del necessario". Perciò soffrì quando poi si accorse che certe restrizioni erano più imposte che amate o almeno accettate "con pazienza". Perché il suo principio è che piuttosto bisogna dare di più e provocare poi la responsabilità personale: "Voglio che sulla tavola ci sia sempre qualcosa di più. Tocca agli individui sapersi regolare". Non voleva si dessero piatti di ferro smaltato per essere sicuri che non fossero rotti, ma che ognuno fosse attento a non farlo.

Quindi, fin dal primo regolamento si riscontrano questi atteggiamenti:

- da un lato si dice che l'Istituto da parte sua "provvede ai suoi membri per quanto possibile, quello che è anche conveniente alla dignità, salute e conforto sia per l'alloggio che per il vestiario e vitto...";

- dall'altro, il missionario deve cercare di accontentarsi del necessario, di risparmiare".

Affermato il principio, largheggia per le persone. Ai missionari militari scrive: "L'Istituto ha speciale cura dei suoi figli lontani e procura che non manchino del necessario e, potendolo, anche del conveniente. Da parte loro i missionari, pensando che sono religiosi, usino parsimonia nelle spese e.... rendano conto di tanto in tanto alla casa a cui deve andare il superfluo". Altre volte scrive: "Intendo che quanto al vitto vi usiate tutte le cure possibili"; "se vi manca denaro scrivetemi. La divina provvidenza provvederà"; "sono disposto a mandarti quanto ti abbisogna, non solo per necessità, ma anche per sollievo e consolazione".

Perciò si capisce il rimprovero fatto a mons. Perlo di:

- "far sospirare cose di vera necessità, anche dopo averne fatto più volte domanda";

- di lasciare che i missionari "si arrangino".

Questa delicatezza, che presta attenzione non solamente alle necessità, ma pure alla sensibilità delle persone, credo debba essere tenuta presente. A volte non mancano le cose, ma manca la "delicatezza" dell'Allamano, almeno nel "non far sospirare", non "costringere", far pesare.

3. Solidarietà universale

La preoccupazione per le necessità dell'Istituto non ha mai distolto l’Allamano dal soccorrere altre persone, opere e organizzazioni. Voleva essere “missionario universale”.

La solidarietà ha un posto rilevante nella missione. Anzi, per molti cristiani la Missione è soprattutto questo. La missione comporta l’attenzione a tutte le forme di povertà: carenza dei mezzi necessari alla sussistenza, ignoranza, privazione dei diritti fondamentali, sottosviluppo, ingiustizie che impediscono di uscire da ogni forma di schiavitù. Non è accettabile che “nell'evangelizzazione si possa trascurare l'importanza dei problemi oggi così dibattuti, che riguardano la giustizia, la liberazione, lo sviluppo e la pace del mondo. Sarebbe dimenticare la lezione che viene dal vangelo sull'amore del prossimo sofferente e bisognoso” (EN 31).

Anche a questo è orientata la povertà come privazione di qualcosa di cui si può fare a meno. Semplicità di vita, sobrietà non sono fine a stesse, ma a condividere con chi ha meno. Gli amministratori ne devono tenere conto.

Vi è pure collegato lo sviluppo di quello che l’Allamano indica come “principio ispiratore della sua attività per la missione, collegando insieme l’annuncio con la promozione umana: “Lavorare alla conversione delle persone, ma procurando il benessere che ne promuove lo sviluppo civile” (a Propaganda 6.12.1920).

A questo mira anche la esortazione a considerarci “amministratori” e non padroni dei beni che ci sono dati per il servizio alla missione, per il bene degli altri, e non per stare meglio noi.

In questo principio si può individuare anche la sintesi di quanto detto su povertà, vita consacrata, missione, solidarietà, sobrietà, rispetto di coloro ai quali di preferenza questi beni sono destinati.

E con questo si può concludere, ricordando che una riflessione su questo argomento è sempre necessaria. Cambiano le situazioni e i modi di rispondervi più adeguatamente. Ma questo va fatto sempre nello spirito del vangelo e dell’insegnamento del Padre Fondatore avvalorato dal suo esempio. Per scoprire sempre più il valore della sua proposta, che vede l’efficacia della Missione e della vita comunitaria strettamente legata alla povertà evangelica, al distacco dai beni terreni, per condividere e imitare colui che “spoglio se stesso” per farsi simile ai fratelli e annunciare loro il Regno di Dio.




Note:
Cf. AA.VV., Termometro terra, EMI, Bologna 2004, p.
2 S. GRANCHI, Grazie Burkina, EMI, Bologna, 2004, p.6.
3 T. RADCLIFFE, Quali religiosi per l’Europa? Le virtù del pellegrino, in “Testimoni”, 15 marzo 2004, n. 5.
4 Cf. AA.VV., Termometro terra, EMI, Bologna 2004, p.
5 S. GRANCHI, Grazie Burkina, EMI, Bologna, 2004, p.6.
6 T. RADCLIFFE, Quali religiosi per l’Europa? Le virtù del pellegrino, in “Testimoni”, 15 marzo 2004, n. 5.
Ultimo aggiornamento ( venerd́, 10 agosto 2007 11:03 )


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