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Giuseppe Allamano
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UMILTÀ PDF Stampa E-mail
Scritto da Beato Giuseppe Allamano   
6 dicembre 1914
Quad.IX, 39
(6 Dicembre 1914) Dell'Umiltà. 2ª
Abbiamo parlato della eccellenza e necessità della virtù dell'umiltà come fondamento... Senza di essa le virtù riescono in vizii, e le stesse grazie di Dio tornano in nocumento. Vediamone oggi la natura e gli ele­menti costitutivi della medesima. Si sbaglia da molti nel ben definire, e più praticamente nell'esercizio di questa virtù.
Dalla data definizione di S. Bernardo appare che l'umiltà ha come due parti, dette dallo stesso Santo: humilitas cognitionis, et humilitas affectionis. La prima è come disposizione necessaria alla seconda, in cui propriamente consiste la sostanza della virtù. S. Tomm. dice che l'umiltà regulam habet in cognitione, ut aliquis non se existimet supra id quod est. E S. Francesco di Sales scrive: non è umiltà il solo riconoscersi miserabili, a ciò basta l'intelletto; è umiltà il volere e desiderare che ci riguardino e trattino come tali (S. Fr. Modello delle Anime pie, p. 378).
1. La conoscenza di noi medesimi. Dal non conoscersi intimamen­te molti sono superbi, orgogliosi ecc.; e non si emendano mai dopo tan­ti proponimenti fatti per acquistare la virtù dell'umiltà. Dessi o per pigrizia o per paura di riconoscersi superbi non rientrano mai in se stessi seriamente e profondamente...
Altri poi credono che per essere umili bisogna fingere peccati e di­fetti che non hanno. No, l'umiltà essendo virtù è fondata sulla verità, e non sulla falsità (Scar. p. 33, 4 e 357); e ne abbiamo troppo per umiliar­ci considerando la nostra realtà. Quindi la definizione dice non solo ve­ra, ma verissima cognizione. Infatti consideriamo ciò che fummo e sia­mo in rapporto a Dio ed al prossimo. Riguardo a Dio memineris quid
olim fueris, quid sis; nell'ordine della natura e della grazia (Scar. p. 338 e pred. ai Sem.): Quid superbis terra et cinis? - Tu qui nihil es; — quid habes quod non acc., et quid glor....
Riguardo al prossimo dice S. Bern.: noli te comparare majoribus, noli minoribus, noli aliquibus, noli uni. (Scar. p. 354).
2. Posta questa verissima cognizione di noi, ne viene naturalmente la poca e nulla stima che dobbiamo fare di noi: humilitas affectionis, ed il tenerci praticamente bassi a' nostri occhi, e soffrire e desiderare che gli altri ci tengano per ciò che realmente siamo, miserabili e nulla.
Di qui i tre gradi d'umiltà di cui parlano i maestri di spirito. (V. Rodriguez, Nepveu.). Esempio S. Vincenzo (La perf. Cr. p. 355).
P.P. Albertone, quad. VI, 22-25
7 Dicembre
(Dopo la lettura dei voti bimestrali)
(Si rallegrò molto del buon esito degli esami, ed infine conchiuse dicendo): Si vede proprio che non è il lavoro che fa; quest'anno avevate più materia, e avete studiato di più. Dirò al Sig. Prefetto che non diminuisca, anzi aumenti. Mi sono rallegrato coi teologi che si vede digeriscono la materia. Ho letto gli scritti, ed ho visto che eravate in possesso della materia, c'erano le di­visioni sicure, non dubbi ecc. Continuate così, vedete, quando c'è molto da fare si fa sempre tutto.
È l'ultimo ritiro mensile. L'esame è una delle prime pratiche per poter an­dare avanti; l'esame su noi medesimi. Dovete far l'esame di tutto l'anno: l'at­tivo e il passivo. Dobbiamo fare due addizioni e una sottrazione. Dobbiamo addizionare assieme tutte le grazie ricevute. Numera stellas si potes. E poi ad­dizionare la nostra corrispondenza. Dobbiamo passare in rassegna tutto. Fatti questi calcoli, allora si fa la sottrazione per vedere davanti a Dio come stiamo. E poi proporre: io credo che il miglior modo di fare questa novena sia di dare un saggio al Signore come vogliamo essere l'anno venturo, di quello che vorremmo fare quest'anno venturo. Vedete, il protettore di quest'anno venturo sarà S. Carlo Borromeo. Ed io ve lo ho dato perché lo imitiate nell'umiltà. Era il suo stemma. Io credo che non siate ben persuasi della necessità dell'umiltà; e che c'è ancora molta superbia. Alle volte uno si crede di essere umile perché si dà del superbo; tant'è che se uno gli desse poi del superbo si risentono subito. Non siamo persuasi di essere superbi; e della necessità di essere umili.
Abbiamo parlato della natura di questa virtù come fondamento di tutte le altre. Diciamo ora che cos'è questa virtù dell'umiltà. Virtus qua homo verissima sui cognitione sibi ipsi vilescit.
Questa virtù comprende due punti: Humilitas cognitionis et humilitas af-fectionis. Questi sono due elementi che la costituiscono. La cognizione di se stesso è una cosa che deve necessariamente premettersi, ma l'umiltà consiste specialmente nella seconda: sibi ipsi vilescit. Non bisogna credere che l'umiltà consista nel negare quel che si ha: se si ha ingegno, se si ha salute, non dire che non si ha: alcuno, lo lodano, e nega tutto; Se non è vero lo neghi, ma se è vero se lo tenga e lo offra al Signore. E se ho salute, se ho della virtù, è lui che me la ha data. Dobbiamo andare adagio a credere subito di avere tanta roba, ma se veramente l'ho, dobbiamo fare come S. Bernardo. Quando predicava ed il de­monio gli suggeriva dietro: oh, come predichi bene! Egli non diceva così: dun­que predicherò più male per non insuperbirmi...; no, no, abbiamo già materia abbastanza per umiliarci senza bisogno di fare sbagli apposta. S. Bernardo di­ceva: Ebbene, predicherò ancor meglio ma non per te, sì bene per il Signore.
Per conoscere quello che siamo basta dare uno sguardo a noi, e uno sguardo a Dio. Che cosa ero io tanti anni or sono? Meno che la polvere. Ero niente e niente è tanto poco! E che cosa siamo adesso che è tanto tempo che vi­viamo, nell'ordine della natura e della grazia che cosa abbiamo di nostro? Sa­lute ecc.? E roba mia? No! Tutt'al più posso averla guastata un poco. È sem­pre solo il guasto che è mio. Il bene come bene è di N. Signore. E nel sopran­naturale: Sacramenti ecc. tutto abbiamo ricevuto da N. Signore. Quid gloriaris?
Uno sguardo in noi stessi, farlo sovente; e poi vedremo che non abbiamo nulla di nostro, e se abbiamo non è nostro, ma è di Dio, di nostro abbiamo so­lo il peccato e la incorrispondenza alla grazia di Dio. E in tutto questo non c'è da gloriarsi. La vera cognizione di me stesso mi farà vedere che sono un niente e che tutto è un dono di Dio.
Per riguardo al prossimo. Facciamo tante volte il paragone cogli altri... Alle volte crediamo di essere più buoni... non dico che siano peccati tutte le cose che ho nella testa, alle volte sono solo tentazioni, ma alle volte c'è il consenso. Stiamo attenti a vedere nel prossimo solo le buone qualità. Pensiamo che chi ci pare più cattivo o lo è, si può convertire e in Paradiso può essere so­pra di noi. Pensiamo a quello che può divenire. Per me devo solo vedere che ho delle grazie a cui devo corrispondere. Può darsi che abbia meno grazie un altro, e che perciò non abbia tanto da rendere conto. Se uno vuole il paragone si può sempre fare in favore dell'umiltà. Se fate cosi il paragone con umiltà, state certi che avrete una cognizione vera, verissima di voi stessi.
Conosciuto quello che siamo dobbiamo abbassarci, abbassare la testa. Quid superbis pulvis et cinis? Allora si fa quello che dice S. Bernardo: «Nolite comparari vos superioribus, nolite inferioribus, nolite alicui».
Vedete il Fariseo ed il Pubblicano. Il fariseo si era messo sopra e... digiu­nava due volte la settimana, pagava le decime, ecc. ecc., in conclusione è ritor­nato più cattivo di prima, ed il Pubblicano invece fu giustificato, e perché? Perché si era messo sopra (sic). Vedete l'importanza che c'è di conoscere noi medesimi. Ci sono di quelli che per tutta la vita hanno paura di conoscere bene se medesimi. Dobbiamo vedere che cosa c'è di noi in noi medesimi; che cosa siamo di sua natura. E poi il «vilescit». Vediamo se siamo persuasi che tutto quello che abbiamo non è cosa nostra. Non è ancora umiltà il riconoscersi vili, l'umiltà sta nell'essere contenti di essere tenuti per bassi. Tenerci contenti che ci trattino come tali; di essere tenuti per quel che siamo. Guai se i compagni sapessero tutte le nostre miserie. S. Vincenzo, quando un dì un petulante gli domandava dei favori che lui non poteva concedere e perciò l'altro si pose a dargli degli improperi, e lui sopportava tutto in pace, finché l'altro gli disse che si stupiva che l'avessero fatto capo di enti ragionevoli (sic); allora S. Vin­cenzo gli rispose: finalmente trovo uno che mi ha conosciuto, anch'io mi stu­pisco per questo.
Preghiamo tanto; se non c'è questa virtù, e non solo il primo grado, ma il secondo e il terzo, non si fa nulla. Il Signore è geloso della sua gloria, e non si servirà di colui che praticamente non si persuade che qualunque luogo o cosa è sempre troppo per lui. Ah, chi pensa che l'ultimo luogo è una carità per lui, e che per lui non si merita nulla, state certi che questo individuo otterrà dei mi­racoli.
Sapete di quel predicatore che conveniva tante anime, e poi invece quelle anime erano dovute a quel fratello che pregava, era umile e le conveniva.
Andiamo fino al fondo e battiamo sempre lì; tanto si è umili, tanto si fa del bene. Se c'è della superbia il Signore umilia. Dobbiamo domandarla al Si­gnore, massime quando siamo davanti al SS. Sacramento, essere nella com­piacenza del nostro nulla, e guerreggiare e combattere contro di noi stessi.


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